venerdì 14 marzo 2014

Conclusa felicemente la vicenda OSMER-Protezione Civile

Era il 5 agosto del 2011 quando, con generalità di giunta 1559, l’allora Assessore Ciriani disponeva il trasferimento di parte del personale dell’OSMER dall’ARPA alla Protezione Civile (PC) della Regione, al fine di attivare il Centro Funzionale Decentrato di Protezione Civile. Tale centro doveva garantire l’attività previsionale meteorologica funzionale ad un eventuale efficace e tempestivo allertamento del sistema regionale di PC tutela della popolazione della Regione.

Con quella delibera si ignorava colpevolmente:
a) che l’ARPA già dal 2006 aveva stilato un protocollo d’intesa con la PC tanto che i previsori dell’OSMER avevano passato più di una notte nella sala operativa della PC a monitorare l'evoluzione degli eventi atmosferici più importanti
b) con il dimezzamento dell'OSMER si creavano due mezze strutture che per funzionare avrebbero necessitato di essere implementate di personale e tecnologie.

E' per questi motivi che il 16 dicembre del 2011 la stragrande maggioranza dei Consiglieri regionali, contro il parere dell’Assessore Ciriani, approvavano l’ordine del giorno n°34  (40 si e 3 no) che impegnava la Giunta a rivedere le decisioni assunte o trasferendo tutto il personale OSMER in P.C. o istituendo, presso l’ARPA, il centro di competenza meteo della P.C.

Anche se le decisioni assunte dall’aula sono vincolanti (“l'aula è sovrana”) negli anni a seguire ci sono stati numerosi e ben mimetizzati emendamenti che hanno tentato di completare il disegno iniziale dell'assessore: distruggere l’OSMER così come lo conosciamo.

Se è vero che la P.C. Nazionale ha sollecitato più volte la creazione del Centro Funzionale Decentrato, così come prevede la legge, è altrettanto vero che stava in capo alla Regione stabilire il modo più congruo di ottemperare a quelle disposizioni.

Mercoledì 12 si è arrivati finalmente alla conclusione di questa annosa vicenda che ha visto prevalere gli interessi generali della Regione conservando le riconosciute competenze e professionalità ad entrambe le strutture interessate.

Viene dunque istituito il Centro Funzionale Decentrato della Protezione Civile che attua, a livello regionale, il sistema di allerta nazionale per il rischio meteo-idrogeologico e idraulico. L'ARPA del FVG concorre allo svolgimento delle funzioni del CFD garantendo in modo continuativo le funzioni di supporto tecnico operativo del CFD della Regione.


In questo modo l'OSMER non viene smembrato e non si stravolgono i connotati positivi di entrambe le strutture.  

lunedì 10 marzo 2014

Quale ruolo per i volontari per la sicurezza?

A seguito di segnalazioni arrivate da Sacile e di notizie stampa, oggi ho presentato la seguente interrogazione a risposta scritta:

Premesso che la L.R. 9/2009 detta la disciplina per i volontari per la sicurezza,
considerato anche il fatto che la Regione ha individuato nell’apposito regolamento i requisiti e i compiti di detti volontari,
ricordato, nello specifico, che nell’allegato B del citato regolamento si prevede un programma formativo minimo di 20 ore complessive (articolate ordinariamente in 5 moduli di 4 ore ciascuno),
e posto altresì che, secondo l’articolo 9, i volontari devono impegnarsi affinché le prestazioni siano rese con continuità,
visto che il presidente dei volontari per la sicurezza di Sacile, secondo notizie di stampa, afferma che "i volontari che operano a supporto della polizia locale (…) devono partecipare a 4 ore di formazione" e che "la frequenza del corso non comporta obblighi né gli oneri"
preso atto che in altri comuni nessun Pediautista è iscritto all’albo regionale     
interroga

l’Assessore competente affinché, prima di approvare il programma regionale di finanziamento in materia di politiche di sicurezza, monitori le diverse realtà presenti nella nostra Regione per garantire un’applicazione uniforme della normativa

mercoledì 26 febbraio 2014

La valutazione delle leggi: pratica quotidiana.

In qualità di componente del Comitato per la legislazione, il controllo e la valutazione e quale rappresentante del Comitato di indirizzo del Progetto CAPIRe ho partecipato al workshop “Valutare le politiche regionali: regole, risorse e pratiche di lavoro” organizzato con lo scopo di sensibilizzare i Consigli regionali sul fatto che l’evidenza empirica, prodotta da studi e analisi rigorose, entri a far parte del dibattito pubblico e goda della giusta considerazione.

Alla base di tutte le attività valutative c’è l’interpretazione della valutazione come strumento di apprendimento. La nostra Regione ha, infatti, condiviso e compreso l’importanza di una valutazione degli effetti prodotti dalle scelte della politica: occorre capire se la Politica può fare meglio. Il legislatore deve allungare lo sguardo al “dopo fatta la legge”, serve una continua messa in discussione della reale capacità delle soluzioni adottate di affrontare e risolvere ben definiti problemi collettivi, in modo da avere una maggiore e più robusta conoscenza sull’utilità delle politiche intraprese.


C’è, quindi, bisogno che la valutazione delle politiche diventi una normale pratica di governo e abbandoni lo status di eccezione. E questo anche per imparare a spendere denaro pubblico nella maniera più efficace

mercoledì 5 febbraio 2014

Istituzione di un registro regionale sulle dichiarazioni anticipate di fine vita.

Sono state consegnate oggi al Presidente del Consiglio regionale Franco Iacop oltre 5500 firme di cittadini della nostra Regione raccolte dall’associazione per Eluana a sostegno della petizione per l’istituzione di un registro regionale sulle dichiarazioni anticipate di fine vita.
Alla consegna erano presenti tra gli altri Furio Honsell e Ferruccio Saro, alcuni membri dell’Associazione per Eluana, tra cui Beppino Englaro e suo fratello, il dottor De Monte, la dott.ssa Cinzia Gori e il primo firmatario della petizione Corrado Libra.
Ci siamo resi garanti delle firme e sosterremo la petizione in Consiglio regionale il Consigliere Renzo Liva ed io.

Dopo approfondimento in III Commissione, la petizione arriverà in Aula. Siamo fiduciosi che il Consiglio regionale andrà a colmare questo vuoto normativo, riassegnando ai cittadini il diritto di scelta su quali terapie fare o rifiutare. È auspicabile, poi, che anche a livello nazionale venga varata una legge che renda cogenti per medici e istituzioni le volontà dei singoli cittadini.

sabato 1 febbraio 2014

Prevenzione, trattamento e contrasto della dipendenza dal gioco.

Ecco la relazione appena letta in Aula sulla Proposta di Legge n. 30 sul gioco d'azzardo.

Signor Presidente, signori Consiglieri 

l’attrazione per il gioco nasce lontano perché, fin dalle sue origini, l’uomo ha affidato importanti decisioni al fato; eventi inspiegabili erano fatti risalire al caso e al gioco.
L’azzardo è nato quando indovinare un evento futuro, da pratica esclusiva di indovini e sacerdoti, diventa occasione di sfida tra uomo e fato e tra uomo e uomo.
Giocare d’azzardo diventa, dunque, una pratica sociale: vengono stabilite regole e poste in palio.
Uno dei primi giochi è quello dei dadi: lo si praticava già in Egitto, nella Roma imperiale, in India, in Giappone e in Cina. Allo stesso modo, la mitologia greca narra che Zeus e i suoi fratelli si sarebbero spartiti l’universo a dadi e i romani la tunica di Cristo. Lo stesso termine azzardo deriva dalla parola di origine araba az-zahr che significa, appunto, dadi. E che la natura umana non sia cambiata nel corso dei secoli è dimostrato da una singolare reperto archeologico: dadi appesantiti da un lato cioè truccati, anche gli antichi sapevano barare!

Una passione, quella del gioco, che si trasforma facilmente in patologia e piaga sociale, adesso come nel passato, tanto che nel Medio Evo il filosofo Tommaso Moro, analogamente a quanto tentato nell'antica Grecia, nella sua celebre “Utopia” (1516) ha proposto la cancellazione totale del gioco d’azzardo in ogni sua forma. Nonostante questi tentativi, però, il gioco ha continuato ad essere una pratica diffusa, inserita nella quotidianità delle persone, nell’epoca antica e in quella moderna.

In Italia dal 1948, quando Einaudi ha nazionalizzato la “schedina”, il mercato del gioco ha visto la nascita e l’evoluzione di numerosi e sempre più diversificati giochi: dal lotto alle lotterie, dal totocalcio al totogol alle scommesse ippiche, dalla tavola da gioco al tavolo virtuale dei giochi on line.

Il trend di crescita del gioco autorizzato nel nostro Paese cui siamo arrivati è sicuramente attribuibile anche agli impulsi generati dalle copiose entrate che produceva: non c’è stato anno, infatti, in cui l’Esecutivo non abbia introdotto nuove offerte di gioco pubblico. Si è passati dalle 3 occasioni di gioco autorizzato alla settimana degli inizi degli anni novanta (totocalcio, lotto e scommesse ippiche) alle 15 nel 2006. Senza contare che ora, con la legalizzazione dei giochi on line, si può giocare in qualsiasi momento dal proprio computer. Ricordo che già alla fine del 2004 l’Italia si collocava al terzo posto tra i Paesi che giocano di più al mondo, dopo Giappone e Regno Unito.

Il gioco d’azzardo è oggi caratterizzato sempre più da rapidità, immediatezza e dislocazione: il gioco sul web, la diffusione capillare dei videopoker e lotterie istantanee come i “gratta e vinci”, rendono possibile giocare d’azzardo a chiunque, ovunque e in qualunque momento, rapidamente e anonimamente.

In questo contesto il ruolo dello Stato è molto ambiguo e direi schizofrenico perché da un lato incentiva il gioco per aumentare gli introiti e dall'altra si trova a dover impegnare cifre sempre più consistenti per far fronte alle problematiche socio-sanitarie connesse al fatto che troppo spesso questa " passione " si trasforma in una dipendenza grave.


E' anche vero che la proibizione tout court del gioco d'azzardo, oltre che determinare un danno economico significativo, di fatto consegna tutto questo imponente mercato alla malavita senza risolvere il problema della dipendenza.

Tra le difficoltà economiche, la disoccupazione e l'incertezza del futuro, gli italiani continuano a riporre fiducia nella fortuna, dando così vita a un giro d’affari di circa 90 -100 miliardi di euro, pari al 4% del PIL italiano, che garantiscono all'erario incassi per oltre otto miliardi costituendo di fatto la terza industria italiana.

Il fenomeno del gioco d’azzardo patologico ha subito un’espansione allarmante in Italia e con esso anche le conseguenze negative che vi sono correlate: impoverisce persone e famiglie, altera i presupposti morali e sociali sostituendo l'azzardo con i valori fondati sul talento.
L'Osservatorio, istituito dallo Stato proprio per monitorare questi rischi, parla di almeno 300 mila persone a rischio dipendenza o già dipendenti da svariate forme di gioco d’azzardo.

La diffusione del gioco d’azzardo e delle problematiche socio-sanitarie connesse risulta tale che, già nel 1980 l’American Psychiatric Association cataloga questa patologia quale disturbo mentale e la inserisce nel manuale statistico e diagnostico.

Questo disturbo psico-patologico è equiparabile alle altre forme di dipendenza in quanto induce il soggetto a ripetere l'atto con una totale mancanza di controllo sulla gestione del denaro, la necessità di giocare è imperante e se non soddisfatta genera sofferenza, tutto questo conduce il più delle volte alla disgregazione della vita del soggetto.
Vincere o il desiderio di rifarsi non sono più il richiamo principale per scegliere il gioco, ma è il gioco d’azzardo in sé, accompagnato dalle emozioni e sensazioni che riesce a suscitare, ad attirare l’individuo.

Il processo che conduce il giocatore sociale a diventare giocatore problematico e successivamente dipendente, appare subdolo e lento. I segnali collegati alla perdita del controllo del gioco fanno riferimento all’enorme mole di denaro e di tempo persi con il gioco, all’affetto negato in famiglia, all’abbandono delle proprie responsabilità; altri segnali possono giungere dal sistema lavorativo che è testimone di un calo dell’efficienza e di assenze dovute al gioco. Infine dal punto di vista sociale il giocatore può giungere a modificare il proprio concetto di moralità fino ad arrivare a commettere atti illeciti.

Per diagnosticare una sindrome da gioco d’azzardo patologico (GAP) devono essere soddisfatti due criteri: uno di inclusione e cioè il “persistente e ricorrente comportamento maladattivo legato al gioco d’azzardo che compromette le attività personali, familiari e lavorative”; e uno di esclusione, cioè il “comportamento di gioco d’azzardo non è meglio attribuibile ad un episodio maniacale.”

Nel momento stesso in cui la spesa per il gioco erode il 12% del reddito delle famiglie italiane e il SERT, assieme ai servizi sociali dei Comuni, impegna circa 6 miliardi anno per la prevenzione e cura da queste dipendenze è evidente che si può parlare di un problema di politica sanitaria.

Il problema è così ampio e diffuso che la Commissione Europea, nel 2011, ha pubblicato il Libro verde che mira ad avviare un’ampia consultazione su tutti i problemi di ordine pubblico e sugli aspetti relativi al mercato interno connessi al rapido sviluppo dell’offerta di gioco d’azzardo on line.

La richiesta di limitare l’offerta di questi tipi di gioco e motivata proprio dalla necessità di tutelare i giocatori e di prevenire il gioco d’azzardo problematico

Il 15 novembre 2011, questa volta il Parlamento europeo, ha emanato una risoluzione sul gioco d’azzardo on line nel mercato interno con cui chiede alla Commissione di esplorare le possibilità di promuovere una più stretta cooperazione a livello europeo per la lotta al gioco d’azzardo illegale e per proteggere i consumatori vulnerabili.

In questo contesto credo doveroso ricordare che l’Italia applica al gioco d’azzardo una delle tassazioni più favorevoli nel contesto europeo (0,4 -0,6 % contro l’8% della Francia) reiterando l’antico vizio di socializzare le perdite e privatizzare gli utili.
 
A livello nazionale lo Stato italiano ha emanato nel tempo numerose normative sul tema del gioco d’azzardo, ma è solo recentemente che ha iniziato ad interessarsi al fenomeno delle patologie ad esso connesse.
All’art. 5 del Decreto Balduzzi (D.L. n.° 158/2012) inserisce il gioco d’azzardo patologico all’interno dei LEA permettendo così a questi pazienti di ricevere gratuitamente cure e assistenza dal Servizio Sanitario Nazionale e Regionale. L’Articolo 7 sancisce divieti in materia di pubblicità e l’obbligo di effettuare controlli

Il DDL n. 3294 introduce misure finalizzate a regolamentare modalità di advertising sul gioco d’azzardo e sui giochi di fortuna con meccanismi di controllo per evitare l’accesso ai minori e il divieto di pubblicità per limitare i rischi per il consumatore di subire messaggi distorti e ingannevoli.
Manca, però, un quadro legislativo chiaro che limiti e regolamenti seriamente il gioco d’azzardo, contrastando gli interessi delle lobby a maggior tutela dei cittadini e una politica di vero rigore fiscale verso i grandi concessionari.

A livello regionale la Corte Costituzionale ha riconosciuto la legittimità dell’intervento regionale in alcuni ambiti correlati al gioco d’azzardo.  E’ in questo spazio angusto che la Regione FVG può agire a tutela dei cittadini senza però alterare l’interesse dello Stato e le norme nazionali.

L’azione dei soggetti istituzionali e non della Regione si focalizza su prevenzione (riduzione della pubblicità), riduzione del rischio (prevedendo una distanza minima di 500m dai luoghi sensibili, agevolando gli esercizi senza apparecchi per il gioco d’azzardo), trattamento terapeutico, recupero sociale e contrasto alla dipendenza dell’intera popolazione regionale.

Si mira a creare maggiore informazione tra i cittadini affrontando il tema sia dal punto di vista sanitario, sia sotto l’aspetto della sensibilizzazione e della formazione delle persone.

L’ampiezza del fenomeno trova il SERT e i servizi sociali dei comuni concordi nel denunciare come ci si trovi di fronte ad una vera e propria emergenza che di fatto obbliga la Regione di agire in modo tempestivo al fine di tutelare in modo efficace la salute e il benessere dei cittadini.


Per quanto sopra esposto e riservandomi di intervenire sui singoli articoli in aula, confido che la proposta di legge in questione venga rapidamente approvata a larga maggioranza. 

giovedì 23 gennaio 2014

Circa l'opportunità politica di affidare un incarico regionale a un soggetto che ha procurato un danno erariale al FVG.

Di seguito il testo dell'interrogazione che ho presentato:

Preso atto che la società Four Tourism di Torino di Josep Ejarque Bernet con la sua offerta per la redazione del Piano del Turismo della Regione Friuli Venezia Giulia si è aggiudicata la gara atta a ridisegnare la strategia turistica nella nostra Regione per il prossimo quinquennio;

considerato che tale progetto, pur arrivando secondo nel concorso di idee promosso dalla Regione, si è aggiudicato l'appalto per aver applicato un ribasso della base d'asta pari al 35% risultando in questo modo l'offerta economicamente più vantaggiosa;

visto inoltre che, come dice l’articolo 5, comma 4, del bando pubblicato dalla Regione, “l’amministrazione regionale si riserva la facoltà di affidare al concorrente primo in graduatoria la realizzazione delle fasi successive all’adozione del Piano del Turismo con procedura negoziata senza bando”;

sottolineato che in tal modo questa società ha la possibilità di incidere sulle strategie turistiche della Regione almeno fino al 2018;

considerato che la Corte dei Conti il 14 marzo 2013 ha condannato il dott. Ejarque  al pagamento della complessiva somma di 48 mila euro per danno erariale nei confronti della Regione contestando al direttore generale “la mancanza di giustificazione dei contratti di collaborazione stipulati con il Pucciarelli, ritenendoli dannosi e produttivi di un inutile aggravio di costi, perché i compiti oggetto dei medesimi sarebbero generici e indeterminati“, anche perché “la scelta appare irrazionale  ove si raffrontino i dati emergenti dal curriculum personale del Pucciarelli con quelli relativi a titoli e alle esperienze di parte del personale in servizio presso l’Agenzia“;

considerato il clima di sfiducia nei confronti della politica anche motivato dal non aver sempre preso le distanze in maniera netta ed inequivoca da gestioni a volte non oculate del denaro pubblico


si chiede all'assessore competente sull'opportunità politica di affidare al dott. Ejarque il compito di ridisegnare la strategia turistica della Regione.


Di seguito la BOZZA DI RISPOSTA.

Si precisa, a tal fine, che è stata predisposta una apposita procedura in economia, volta all'affidamento del servizio di redazione del Piano del Turismo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia per il periodo 2014-2018 e di supporto per la sua presentazione, con concorso di idee.

Tale procedura è stata elaborata nel pieno rispetto del Regolamento emanato con D.P.Reg. n. 380/2006 e della vigente normativa in materia di pubblici appalti di servizi. Tale procedura, quindi, soggiace interamente a normative riguardanti il procedimento amministrativo, a tutela della parità di condizioni per i soggetti concorrenti, in grado di documentare i requisiti richiesti per la partecipazione dell'art. 7 del disciplinare di gara.

L'opportunità politica, pertanto, non trova applicazione nel procedimento avviato e neppure esiste la possibilità di escludere dalla gara soggetti che siano stati condannati con giudizio della Corte dei Conti al risarcimento di danno erariale, in quanto, le uniche fattispecie che legittimano l'esclusione sono quelle chiaramente evidenziate nel citato art.7 del disciplinare di gara e riconducibili all'art. 38 del D. Lgs. 163/2006.

mercoledì 22 gennaio 2014

Un po' di domande all'organo di indirizzo dell'AOU SMM di Udine.

Con riferimento all’audizione dell’Organo di indirizzo di AOU Udine riporto di seguito il promemoria informale delle domande fatte.

Consigliere PUSTETTO: chiede se all’estero vi sono esempi simili al Friuli Venezia Giulia, con due Facoltà di medicina in un territorio con 1,2 milioni di abitanti. Pone il problema dell’addestramento degli specializzandi. Giudica ad esempio paradossale che gli specializzandi in medicina d’urgenza non frequentino i pronto soccorso o le medicine d’urgenza ospedaliere o che gli specializzandi in chirurgia non frequentino reparti ospedalieri. Chiede se la Regione può permettersi la presenza a Udine di due Chirurgie maxillofacciali, due Otorino, due Ortopedie, due Neurologie, due Oculistiche, due Anatomie patologiche, due Chirurgie plastiche, due Chirurgie generali, tre Anestesie, tre Primari di Laboratorio. Afferma che risparmi reali si possono conseguire in questi ambiti, non chiudendo strutture periferiche. Si dice convinto che la politica deve farsi carico di scelte anche impopolari. Deve essere la politica, in base a dati oggettivi e in un’ottica complessiva, a stabilire la distribuzione della sanità sul territorio. Afferma che l’ospedale di Udine per come pensato è troppo piccolo. Sottolinea che tutta la struttura periferica deve essere accogliente, in grado di gestire il paziente prima e dopo il ricovero. Ritiene sia sbagliato pensare di tagliare dove si pensa di avere meno resistenze. Riconosce che vi sono problemi su INSIEL. Sul tema dei farmaci, osserva che vanno fatte valutazioni obiettive sul rapporto costi-benefici; cita il caso di alcune chemio di quarta linea prive di efficacia e osserva che un tanto andrebbe sottolineato dal mondo scientifico.

lunedì 20 gennaio 2014

Bozza per una discussione sulla riforma della sanità.

Di seguito una bozza per iniziare a discutere su una riforma della sanità nella nostra Regione.

Premesse

 Il servizio sanitario nazionale italiano (SSN) nasce con la legge 833/78, voluta dall’allora ministro della sanità Tina Anselmi, quale fotocopia del servizio sanitario nazionale inglese.
Attualmente in Inghilterra il NHS è in profonda crisi e quest’anno sono stati venduti alcuni ospedali ai privati nell’ottica di procedere con ulteriori e più generalizzate privatizzazioni.
Considerato che seguiamo a distanza di circa 8 anni quanto fanno gli Inglesi, se non pensiamo ad una seria ed organica riforma del nostro sistema sanitario, a breve ci troveremo ad affrontare gli stessi problemi.

 La sanità italiana impegna il 7.5 % del PIL e, secondo l’OMS, si classifica al 2° posto fra le migliori sanità europee. 
La sanità pubblica francese con una spesa del 10.5 % del PIL si aggiudica il 1° posto; la Germania con un sistema misto pubblico/privato (mutue), con una spesa uguale a quella della Francia, si colloca al 15° posto circa. 
Il miglior privato, ovviamente solo per chi ha tanti soldi, è quello degli USA che impegnando il 16.3 % del PIL USA si colloca oltre il 35° posto per qualità del servizio erogato. 
Ogni cittadino italiano costa allo stato circa 2.200 euro, quello francese 3.050, quello tedesco 3.300 e quello americano circa 5.000. Questi dati rendono del tutto evidente come la sanità, quando pubblica ed universalistica, oltre che essere eticamente condivisibile riesce a garantire prestazioni elevate a costi contenuti.

 La sanità del FVG è nel gruppo delle migliori regioni italiane, è completamente a carico della regione, non ha buchi di bilancio, costa circa 2,3 miliardi di euro e impegna circa il 50% del bilancio regionale.
Causa la crisi economica il FVG registra minori entrate per circa 1 miliardo di euro e, anche considerando la spesa sanitaria come stabile, con questo dato la percentuale della spesa sanitaria sul PIL sale a circa il 60% del bilancio.
Se è vero che le minori entrate possono costringere tutti a rimettere in moto un processo decisionale fermo da almeno tre legislature, è anche vero che vi sono forze che vedono in questa necessità la possibilità di importanti guadagni ottenibili con la progressiva privatizzazione del sistema. Ricordo che la rincorsa al profitto ha fatto sì che solo a Milano ci siano 25 cardio chirurgie contro le 40 dislocate in tutta la Francia.

Alla richiesta di applicare quanto stabilito nel decreto Balduzzi, credo si debba rispondere in modo negativo per vari motivi: 
a) la sanità della regione ce la paghiamo e non abbiamo buchi di bilancio, quindi decidiamo noi, 
b) negli ultimi anni il FVG ha ridotto i posti letto per acuti per più del 20 %, mentre il privato in regione ha registrato un calo del 2-3 % e un incremento del 4.7 a livello nazionale, 
c) perché l’Italia con 3.7 posti Letto per 1000 si colloca ampiamente sotto la media europea (UE 6.39à 5.5; ITA 4.7à 3.7; Francia 7.11; Germania 8.17; Israele 5.83; Svizzera 5.31; Paesi bassi 4.25; Danimarca 3.57; Canada 3.4;GB 3.3 ).

Ho fatto queste premesse per evidenziare come una riforma dell’intero sistema sanitario regionale, reso ineludibile dai dati anagrafici, epidemiologici, economici e dal progresso della scienza medica, sia piena di insidie e di rischi, tanto più se attuata in un momento in cui le risorse sono in netto calo e la credibilità della politica è quella che.
Dobbiamo inoltre tener presente che stiamo parlando di riformare un servizio che si colloca fra i migliori dell’Italia e, quindi, ogni azione che poniamo in essere non deve pregiudicare la qualità del servizio fin qui erogato.

Metodo
Perché una riforma, che prevede numerosi e talora radicali cambiamenti, sia accettabile deve essere chiaro a tutti che l’unico metro utilizzabile è la professionalità e la qualità del servizio erogato; non possono esistere zone franche.
Pertanto bisogna essere disponibili a rimettere in discussione tutto: università, doppioni, medici di medicina generale (MMG), confini e dimensioni dei distretti ecc. ecc., e anche i finanziamenti puntuali troppo spesso fatti solo per ingraziarsi una qualsivoglia lobby (si veda il caso dei finanziamento dei consultori cattolici cancellato perché doppione di quelli già presenti nel distretto e successivamente ripristinato).
In questo percorso minato considero fondamentale il coinvolgimento degli operatori sanitari nella loro accezione più ampia e dei consiglieri di maggioranza, il cui ruolo non può essere solo quello di avvallare con un voto decisioni prese in altra sede, anche qualora questa sede fosse l’assessorato.
Una riforma seria deve partire dall’equità di trattamento e di opportunità per tutti i cittadini, siano essi residenti in una città o in periferia.
E’ ora di smettere di colpire lì ove si apprezza minore resistenza, cioè i soggetti deboli, e rinunciare aprioristicamente a toccare i poteri forti.

Proposte

Eliminazione dei doppioni. Solo a Udine ci sono due chirurgie maxillo-facciale, due otorino, due ortopedie, due neurologie, due oculistiche, due anatomie patologiche, due chirurgie plastiche, due chirurgie generali, tre anestesie, tre primari di laboratorio e due psichiatrie. Non deve più ripetersi che pur di non rimpiazzare un medico dell’anatomia patologica di Palmanova questa venga accorpata ad una delle due A.P. di Udine.
Credo superfluo precisare che, ove il volume di attività fosse cospicuo, potrebbe essere necessario avere due reparti uguali, che probabilmente andrebbero ulteriormente specializzati (es un’ortopedia con indirizzo traumatologico e un’altra ad indirizzo protesico).

Urge ripensare se una regione di 1.200. 000 abitanti abbia la necessità di due facoltà di medicina o se più verosimilmente ne basterebbe una sola. Per gli studenti fuori sede si potrebbe pensare a una riduzione delle tasse universitarie, aumentare i posti alla casa dello studente o altri meccanismi compensativi per rendere quanto più eguali le condizioni di partenza tra gli studenti in e fuori sede.

Ruolo degli Ospedali di Rete: assodato che la loro chiusura o ulteriore ridimensionamento porterebbe alla desertificazione del territorio e all’ulteriore congestione delle strutture di II livello, bisogna evitare che a pochi km di distanza si facciano le stesse cose e che i servizi erogati siano quelli di cui necessita la popolazione residente. Non bisogna ripetere l’errore fatto con la chiusura del Gervasutta che ha visto la migrazione in Veneto di una equipe stimata e qualificata e, a ruota, di centinaia di nostri concittadini.
A titolo esemplificativo, ma non esaustivo, faccio alcuni esempi.
Latisana: deve restare il punto nascita per questioni geografiche, per la vicinanza di Portogruaro e per il ruolo di Lignano. Preso atto, poi, che da anni in quest’ospedale l’ortopedia ha sviluppato l’eccellenza sulle patologie della spalla, dovrebbe diventare centro di riferimento regionale per quella patologia e risolvere tutti i problemi ortopedici minori di quel territorio.
Cividale : considerata l’estensione e l’orografia delle Valli del Natisone, deve mantenere il reparto di medicina, l’ RSA, la gestione delle sindromi apalliche, potenziare la diagnostica radiologica decentrando gli esami programmati di UD (utile ricordare che nel mandamento di Cividale vengono effettuate circa 3000 TAC/anno), potenziare la Day Surgery che deve essere aziendale e svincolata dalla struttura che fa le urgenze (così come tutte le Day Surgery europee).
In modo analogo va ripensata la missione degli altri ospedali di rete.

In quest’ottica, le patologie minori del Santa Maria della Misericordia, dovrebbero essere delegate alle strutture periferiche in modo che, riducendo il carico di lavoro, quest’ultimo possa sviluppare ulteriormente il ruolo di ospedale di riferimento e di rilievo nazionale che gli spetta.

Ripensare al ruolo dei Medici di Medicina Generale (MMG) che, con un modesto aggravio di spesa (circa 25 milioni di euro), potrebbero diventare dei dipendenti al pari dei medici ospedalieri.
Con questa operazione si potrebbero aggregare più ambulatori ed estendere l’apertura degli stessi per almeno 12 ore, con il verosimile risultato di ridurre drasticamente l’accesso al Pronto Soccorso.
Gli ambulatori potrebbero essere posizionati nel distretto oppure negli ospedali periferici e magari usufruire di una infermiera o collaboratore fisso per le pratiche burocratiche, medicazioni ecc.
I MMG, in accordo con la regione e sotto la regia del capo distretto, potrebbero in questo modo realizzare una vera medicina d’iniziativa e di prevenzione che sappiamo essere alla base dei veri risparmi in questo campo. 
Per ricostituire il patto di fiducia tra il MMG e i loro pazienti è indispensabile che i primi possano interfacciarsi in modo diretto con i medici ospedalieri per concordare visite, esami e terapie. Dal canto loro i medici ospedalieri potrebbero concordare dimissioni e terapie domiciliari con i colleghi del territorio. Solo in questo modo il MMG tornerà ad essere il miglior alleato dei suoi assistiti con una verosimile riduzione del peregrinare dei pazienti da uno specialista all’altro.

Aumentare la quota di finanziamento della medicina preventiva dal 3 al 5%, come auspicato dai report nazionali, perché la vera la riduzione della spesa sanitaria passa dalla prevenzione della malattia.  
Indispensabile attivare un centro regionale unico, giuridicamente e finanziariamente autonomo, per gli acquisti dei farmaci, delle apparecchiature e dei presidi sanitari (anche per soddisfare le esigenze dei servizi sociali dei comuni). Il volume di affari sarebbe tale da determinare di per sé una sostanziosa riduzione dei costi di acquisto.

    Ripensamento sul ruolo dei farmaci oncologici di ultima generazione molti dei quali evidenziano una attività minore del 20% (vale a dire che nell’80% dei casi sono acqua fresca e che in quel 20% in cui funzionano, aumentano l’aspettativa di vita di poche settimane). Voglio ricordare come in Canada e in Inghilterra la decisione di escludere dal prontuario nazionale molte di queste molecole sia già stata fatta.
    
    Adottare in regione e proporre al parlamento nazionale con una legge voto, una modifica della modalità di assicurazioni sul rischio professionale dei medici e degli operatori passando dal metodo risarcitorio a quello indennitario analogamente a quanto fatto in Svezia.
E’ acclarato che la certezza dell’entità del danno risarcibile determina un crollo del costo delle assicurazioni e riduce anche il ricorso alla pratica della cosiddetta “medicina difensiva” che ovunque risulta in costante aumento.

Attivare la centrale unica del 118 a Palmanova.

     Punti nascita: non fermarsi al mero dato numerico dei parti che, ad esempio, non spiega come pur essendoci in regione 7 punti nascita su 11 a ”rischio” (perché in 4 si registrano 500 o meno parti anno e in 3 sedi 7-800) la mortalità infantile in regione sia la 3° migliore nel mondo (1.8 morti ogni 1000 nati in Lussemburgo, 2.0 in Islanda e 2.3 in FVG –dati AGENAS 2010).
Come accennato per Latisana, il legislatore regionale deve garantire che, a prescindere dalla residenza, l’accessibilità ai servizi sia pressoché analoga per ogni concittadino.

Rivisitazione delle dimensioni dei distretti che, in ogni caso, dovrebbero coincidere con i rispettivi ambiti.
Ovviamente questo ridisegnare i distretti dovrebbe andare di pari passo con la riforma degli enti locali e delle Province.
Riguardo alla numerosità di alcuni servizi distrettuali, credo che si debba essere molto ecclettici in rapporto alla frequenza della patologia: un unico centro regionale per l’anoressia e i disturbi dell’alimentazione, molti di più ad es. per il diabete, restando fermo il principio che la vera cura del diabete è una corretta educazione alimentare legata ad un esercizio fisico costante.

Non vedo come ostativo, soprattutto adesso che si ipotizza la cancellazione delle Province, un ripensamento della composizione delle aree vaste che dovrebbero essere quanto più omogenee possibili (ad esempio perché non unire Latisana con S.Vito al Tagliamento pensando a due strutture ospedaliere complementari? Analogamente perché non Palmanova con Monfalcone e Gorizia?)

Ricostituire una squadra di professionisti che studi l’epidemiologia delle principali patologie in regione, gli esiti delle varie prestazioni erogate dai nostri presidi sanitari, le best pratices delle altre nazioni ecc. Ripensare cioè ad una agenzia regionale della sanità evitando di ripetere gli errori del passato e che aveva trasformato l’Agenzia nel vero centro decisionale di tutta la sanità regionale.


Concludendo: sarà una riforma molto difficile, che richiederà il coinvolgimento di tutti, dagli amministratori locali, agli operatori, ai concittadini e soprattutto dai politici chiamati a fare scelte chiare e soprattutto funzionali.

Se per un qualsiasi motivo prevarranno le lobby o i campanili, se le scelte non saranno fatte nell’esclusivo interesse della collettività non solo sarà una guerra, ma rischieremo seriamente di perdere il servizio sanitario regionale così come lo conosciamo e stimiamo.  

mercoledì 18 dicembre 2013

TRASPORTO FERROVIARIO: modifiche degli orari e soppressione delle fermate intermedie sui treni pendolari.

Preso atto del fatto che Trenitalia nel cambiare gli orari dei treni ha agito autonomamente, senza nessuna concertazione e senza tener conto dei giusti rilievi dei pendolari, lunedì 16 la Consigliera Cremaschi, il Consigliere Zecchinon ed io abbiamo presentato questa interrogazione.

I sottoscritti Consiglieri regionali,
A seguito delle evidenze presentate dalle rappresentanze sindacali regionali di settore attraverso lettere indirizzate alla Regione, nonché delle manifestazioni effettuate dai comitati dei pendolari che segnalano che le risorse economiche stanziate nella Legge Finanziaria Regionale in merito al trasporto pubblico rischiano di non portare ai benefici previsti poiché:
-        le scelte effettuate da Trenitalia in merito al nuovo orario ferroviario in vigore dal 15 dicembre 2013 prevedono la soppressione di molte fermate sulla linea Udine-Gorizia-Trieste, sulla linea Trieste-Venezia, sulla linea Udine-Cervignano;
-        i nuovi collegamenti nazionali prevedono la soppressione di alcuni treni da Venezia per Trieste e Udine e i collegamenti ferroviari rimanenti non effettueranno fermate intermedie tra Trieste e Mestre, di fatto “attraversando” la Regione senza portare reale beneficio agli utenti residenti al di fuori del capoluogo di regione e senza di fatto portare ad un sistema di mobilità integrata, efficiente, sostenibile e di qualità;
-        la dirigenza Trenitalia appare orientata a spostare presso altre Regioni le lavorazioni per i materiali rotabili dedicati al trasporto ferroviario del FVG; questo orientamento crea preoccupazioni alle  parti sociali riguardo alla possibile riduzione di prospettive occupazionali, all’intensificazione dei turni e alla riduzione della qualità delle condizioni di lavoro dei ferrovieri e delle ditte dell'indotto collegate al settore;
-        sui treni pendolari che attraversano la Regione si osserva la assurda e anacronistica presenza di carrozze pressoché deserte di prima classe, per altro puntigliosamente segnalate nell’annuncio registrato che minaccia sanzioni ai pendolari che osano trovare posto nelle stesse mentre il treno è stracolmo a causa della riduzione del numero di vetture;
-        il trasporto bici prevede un supplemento sui treni italiani nazionali e regionali e non prevede nessun costo aggiuntivo sulla tratta regionale gestita dagli austriaci;
-        è evidente la necessità che almeno un treno in orario mattutino ed un treno in orario pomeridiano effettuino anche le fermate intermedie, permettendo così ai lavoratori residenti nei paesi limitrofi alle stazioni intermedie che verranno soppresse dal 15 dicembre, di raggiungere il posto di lavoro con i mezzi pubblici;
A seguito della richiesta delle stesse organizzazioni sindacali e dei comitati dei pendolari:
-        di riconsiderare i criteri di pianificazione dell’orario ferroviario della Regione nonché i tagli alle fermate;
-        di aprire un tavolo di dialogo con i comitati dei pendolari, le parti sociali e la società Trenitalia S.p.A. per discutere del servizio commerciale nell’ottica del miglioramento del servizio;
-        di invitare a discutere la società Trenitalia per un chiarimento sulle preoccupazioni occupazionali denunciate dalle parti sociali che riguardano questa Regione, a fronte degli investimenti economici effettuati per un miglioramento del servizio e nell’ottica della conservazione occupazionale della Regione e nella Regione;
-        di discutere degli investimenti infrastrutturali e di ammodernamento necessari per garantire la manutenzione dei treni Regionali;
-        di intervenire urgentemente per eliminare i disagi riscontrati in merito al nuovo orario cadenzato adottato a partire dal 15 dicembre 2013 e ai tagli di fermate su tratte contraddistinte da un considerevole flusso di utenti;
-        di discutere quanto prima i criteri per l’aggiudicazione della nuova gara di appalto che riguarderà i servizi del Trasporto Locale.
Tutto ciò premesso,
INTERROGANO
la Presidente della Regione e l’Assessore competente per sapere se l’Amministrazione regionale intenda rivedere con urgenza la gara di assegnazione dei servizi di trasporto locale condividendo con le organizzazioni sindacali e con i comitati dei pendolari le possibili soluzioni da mettere in atto per evitare disagi e disservizi all'utenza e conseguenze negative per i lavoratori del Comparto in merito a quanto esposto, ed in particolare per quanto riguarda l’eliminazione delle fermate intermedie previste dal 15 dicembre del 2013.


Silvana Cremaschi

Stefano Pustetto

Armando Zecchinon


venerdì 13 dicembre 2013

Pro scuola pubblica

Premetto di non avere nessuna incertezza sul fatto che sia ormai irrinunciabile la tutela/difesa della scuola pubblica e anche della sanità, dei consultori, del sistema pensionistico e delle tante realtà pubbliche che funzionano nonostante il continuo tentativo di smantellamento per motivi ideologici o di lucro.

Nel rileggere quanto scritto da Calamandrei, che nel lontano 1950 lucidamente analizza come si può distruggere la scuola pubblica, si resta colpiti di quanto fossero veritiere e lungimiranti le sue affermazioni.

In questa Finanziaria regionale, che registra 240 milioni di euro di minori entrate, siamo riusciti a cancellare unicamente i contributi alla scuole private. 
Per quanto riguarda le scuole parificate, che sono per la maggior parte confessionali, è stato mantenuto lo status quo per molti motivi e i principali sono:

 il peso dell’elettorato cattolico e, quindi, dei suoi rappresentati in Regione o in Parlamento

- la mancata volontà di attenersi e rispettare quanto affermato nell’art. 33 della Costituzione, che testualmente recita "(...) La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradiEnti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. (...)"

- la mancata pianificazione del sistema scolastico nel suo insieme valutandone le priorità, le potenzialità e le criticità in modo che lo Stato, e non altri, possa garantire questo fondamentale diritto in tutto il territorio. La mancata pianificazione permette, infatti, di giustificare la presenza delle scuole paritarie senza le quali un territorio sarebbe privato di un servizio.

E’ pleonastico dire che non sono “sviste”, ma scelte precise volte a tutelare chiari interessi economici o politici. E per non farci mancare niente, in una finanziaria lacrime e sangue, abbiamo confermato (con il solo voto contrario del sottoscritto) il finanziamento dei consultori cattolici che nella nostra regione vanno a sovrapporsi a quelli pubblici, ai quali ovviamente non va un euro.

Credo non possa sfuggire il senso politico di questa operazione che su di un tema estremamente delicato come la sessualità, la contraccezione, la maternità e l’aborto vuole propagandare/imporre una visione confessionale, che sarebbe legittima solo qualora finanziata dalla componente cattolica e non con i soldi dello stato che è, o meglio dovrebbe essere, laico